mercoledì 26 febbraio 2025

FELICE NOSTALGIA DELLE COLLINE CILENTANE



     Veduta di Acciaroli, frazione del comune di Pollica in provincia di Salerno

 UN CICLICO RITORNO DI FAMIGLIA SULLE TRACCE DI VICO E DI HEMINGWAY

giovedì 13 febbraio 2025

ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GIORDANO BRUNO (17 FEBBRAIO 1600-17 FEBBRAIO 2025)

 DE L'INFINITO, UNIVERSO E MONDI 

LO SI RICORDA PIU' COME UNA VITTIMA DELL'INQUISIZIONE CHE NON COME UNO DEI PIU' GRANDI GENI DELLA STORIA. EPPURE, GALILEO E KEPLERO SACCHEGGIARONO LE SUE OPERE. LE ULTIME PAROLE DI GIORDANO BRUNO RIVOLTE AI GIUDICI FURONO "PRONUNCIATE LA SENTENZA CON PIU' PAURA DI QUANTA IO NE ABBIA NELL'ASCOLTARLA".

 


mercoledì 25 ottobre 2023

MEMORIE DI UN NEUROLOLO OTTUAGENARIO: IL LIBRO DEL PROF. GIUSEPPE NAPPI

È stato pubblicato il libro del Prof. Giuseppe Nappi, attuale Presidente Onorario della Fon-
dazione CIRNA, nonchè suo Fondatore nel 1990. Il Prof. Nappi ha vissuto da protagonista
oltre mezzo secolo di Storia della Neurologia Italiana, che si è intrecciata profondamente con
quella della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Nazionale “Casimiro Mondino” di Pavia,
di cui è stato Direttore Scientifico dal 1989 al 2016. Il libro racconta fatti ed eventi vissuti in
prima persona attraverso documenti, articoli, foto, ricordi personali raccolti in cinquant’anni trascorsi intensamente fra Neuroscienze, Salute e Società. 



venerdì 13 gennaio 2023

Cena culturale e presentazione del libro "Pavia, versi e leggende"

Il giorno Giovedì 2 febbraio 2023 alle ore 20 presso il ristorante "La Barcela" di Travacò Siccomario - via  Battella 16,  il Circolo di Cultura e Partecipazione Civile "Città del Sole" organizza una cena culturale con la presentazione del libro "Pavia, versi e leggende - Storie e storielle pavesi" con i due autori Maurizio Castoldi e Fabrizio Lana.


Coloro che intendessero partecipare possono segnalare la loro adesione contattando il dott. Giuseppe Carrubba al numero di cell. 327  418 0713  oppure il Ristorante "La Barcela" al numero  0382 33636

Il contributo per la serata è di euro 30.

 

mercoledì 11 gennaio 2023

IN RICORDO DI MARIANO LOMBARDI

Martedì 2 gennaio 2023 ci ha salutato il dr. Mariano Lombardi. Per molti di coloro che lo hanno conosciuto, indimenticato primario della Radiologia all'ospedale di Voghera. Per me una persona speciale, tanto cara e vicina al cuore. Di qualche anno più grande di me, siamo tuttavia cresciuti assieme a San Cipriano Po, piccolo paese a due passi dal fiume. La mamma era insegnante nella scuola elementare del paese. Il papà si chiamava Speciale, un nome insolito: era maestro di musica e suonatore di violino. Io, più sfortunato negli affetti, fui quasi adottato dalla sua famiglia. Nella sua casa trovavo il calore che mi mancava.Il primo ricordo di Mariano era di un ragazzino chino sui libri a studiare. Mentre io ero un bambino svogliato e un po' discolo, per nulla appassionato alla lettura, che cercava compagnia per giocare. Nonostante la nostra diversità, culturale e intellettiva, siamo diventati uomini assieme. Lui ha coltivato la passione per lo studio, per la medicina, affermandosi per professionalità e umanità come bravissimo radiologo. Alla medicina ha dedicato amore infinito, ricevendo in cambio tante soddisfazioni. Diceva: "Chi ama la medicina non la lascia mai, è una professione troppo coinvolgente". È sempre stato un punto di riferimento per me, sia come uomo che come paziente, dandomi consiglio, conforto e rincuorandomi quando la vita mi ha messo di fronte a prove difficili. Voglio ricordarlo per il nomignolo che mi aveva affibbiato, Talete, dal nome del filosofo e inventore greco, per via della mia passione per i lavori manuali e la capacità di aggiustare ogni sorta di congegno elettrico e meccanico.E per quella volta che, di ritorno dalla città, mi portò ad assaggiare il chinotto, per me, ragazzino di paese, una bevanda frizzante, esotica e misteriosa. Ma soprattutto per la passione per gli aeroplani. Il volo, dopo la medicina, era il suo grande amore... lo faceva sentire libero e felice "l'idea di potersi muovere in uno spazio potenzialmente senza limiti". Ciao Mariano, ora vola oltre le nuvole, nella vastità del cielo. Ernesto Borrè - Campospinoso (PV)

venerdì 25 febbraio 2022

CANDELAIO di GIORDANO BRUNO

 COMMEDIA IN 5 ATTI DEL NOLANO BRUNO

                      "ilare nella tristezza, triste nella ilarità"

La traduzione di Raimondi - mio compagno di Liceo al Carducci di Nola negli anni 1955-1957 - conserva inalterato lo stile pirotecnico proprio delle storie plautine, commedie dal finale catartico per l'intervento di un "Deus"in grado di far ordine nel caos delle origini - un Dio che più tardi sarà in qualche modo quello di Spinoza ed Einstein! 

Scomunicato da tutte le Chiese, prima di essere portato scalzo al rogo di Campo 'de Fiori, nel Candelaio edito a Parigi nel 1582 aveva così definito l'epoca della Controriforma: "vedete che nefando, abominevole, turbolento e portentoso secolo". 

Prof. Giuseppe Nappi



sabato 5 giugno 2021

mercoledì 17 febbraio 2021

DE L'INFINITO, UNIVERSO E MONDI - GIORDANO BRUNO (NOLA, 1548 - ROMA, 17 FEBBRAIO 1600)

GIORDANO BRUNO raffigurato in un'opera di Barbato Limatola dei primi anni '90


 LA PROFEZIA DI GIORDANO BRUNO, CONFERMATA DALLA SCIENZA DOPO TRE SECOLI E MEZZO, IN CUI DIO E LA SUA CREAZIONE SONO LEGATI IN UN INDISSOLUBILE DESIDERIO DI SUSCITARE VITA. 

ADATTAMENTO DI MANUELA MADDAMMA - anno 2013 - Editore VENEXIA

giovedì 7 marzo 2019

CICCO SIMONETTA: le origini del legame con Pavia


In Pavia, in un quartiere residenziale poco lontano dal centro storico e soprattutto non lontano dal castello Visconteo, alcune vie sono dedicate a personaggi della famiglia Sforza, quali Bona di Savoia e Lodovico il Moro.
Una  è dedicata a CICCO SIMONETTA (1410 – 1480), un politico avveduto, uomo di profonda cultura e protettore dei dotti: la sua famiglia era originaria della Calabria ed entrò in contatto con gli Sforza dopo che nel 1418 Ludovico, duca di Milano, si unì in matrimonio alla principessa Polissena della nobilissima famiglia Ruffo ed ebbe il possesso di Caccuri, nella contea di Catanzaro.
 La fortuna della famiglia di Caccuri è dovuta al fatto che suoi membri si misero al servizio dei duchi di Milano.
Francesco, detto Cicco,  fu al servizio di Francesco Sforza, si distinse nella guerra di Lombardia, fu governatore di Lodi, ebbe la signoria di Sartirana in Lomellina.
Consigliere e segretario fedelissimo prima di Francesco e poi di Galeazzo Maria, alla morte di quest’ultimo fu al fianco di Bona di Savoia, reggente dell’erede designato Gian Galeazzo.
Cicco Simonetta assunse di fatto il controllo del ducato, ma, aspramente contrastato dai fratelli di Galeazzo Maria, tra i quali l’ambiziosissimo Ludovico, cadde in disgrazia e, quando Ludovico il Moro prese il controllo del ducato, fu imprigionato con l’accusa di tradimento nel castello di Pavia e decapitato il 30 ottobre 1480.
La toponomastica mantiene dunque la memoria di uno stretto rapporto tra le sorti della città di Pavia e quelle di una famiglia trasferita dalla  Calabria in Lombardia, precisamente a Milano e nella Lomellina: prezioso documento della vita politica del ‘400 e della mobilità sociale, che risulta una inevitabile costante nella nostra storia.
Importante è che la città di Pavia conservi quella memoria, ma risulta anche significativo che sulla via Simonetta si affaccino due scuole (una materna ed una secondaria di primo grado): insegniamo e impariamo che due regioni lontane sulla carta geografica nella storia di un popolo sono vicine e coprotagoniste.
                                                                      
  Il presente articolo è dedicato alla Dr.ssa Francesca
Iealpi che con il suo lavoro e  passione ha contribuito alla riuscita
del Convegno svoltosi a Pavia il 2 febbraio!
Speriamo che in futuro ci darà ancora una mano.
 Grazie a nome del Centro di Cultura “CITTA’ DEL SOLE’^   
Vincenzo Lista                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

domenica 17 febbraio 2019

GIORDANO BRUNO: un ricordo nell'anniversario della morte

GIORDANUS BRUNUS NOLANUS
Contea di Nola 1548-Roma 1600


Uno sguardo a Liveri di Nola e Livardi di San Paolo Belsito visti dalla collina di Castelcicala; in questi due piccoli borghi, a nord del Vesuvio, Giordano trascorse gli anni dell'infanzia e della prima adolescenza, per poi entrare nel monastero domenicano di Napoli a piazza San Domenico Maggiore. 
Giordano Bruno, frate domenicano, spirito ribelle e grande filosofo, fu condannato dalla Chiesa per le sue idee anticonformiste su Dio e sul mondo; gli fu tagliata la lingua con la mordacchia e bruciato vivo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600, per aver anticipato troppo i tempi e aver detto verità che solo oggi noi sentiamo familiari. Inginocchiato, Bruno non si sottomise, ma alla lettura della sentenza di morte scattò in piedi e ai suoi giudici gridò:"Avete forse più timore voi nel pronunciare questa sentenza che io nel riceverla".

mercoledì 6 febbraio 2019

Cicco Simonetta: un cammino lungo milleduecento chilometri



Era il 30 ottobre del 1480, quando sentii la possente chiave infilarsi nella toppa della serratura della stanza dove ero stato rinchiuso come un animale. Da un anno ero prigioniero! Nel nefasto mese di settembre dell’Anno del Signore del 1479, in poche giorni mi ritrovai dagli scanni del potere nella polvere. Erano le otto del mattino, quando quattro guardie armate mi prelevarono e mi condussero al patibolo.
“Indossate la tunica di lino e il cappuccio, messere Simonetta. Il percorso vi attende. La folla è già schierata ed è impaziente. Potete espiare ancora i vostri peccati recandovi ai due tabernacoli che troverete lungo la via” mi disse colui che guidava il drappello. (Voce maschile fuori campo)
Il quel momento capii perché mia madre, sessant’anni prima- avevo dieci anni allora e una curiosità inappagabile- mi aveva detto: “La seconda parte del sogno, piccolo mio, te la rivelerò quando supererai la metà di tua vita”. (Voce di donna fuori campo)
Allora gioii nel sentire le sue parole con le quali mi raccontava il sogno e mi disvelava nuovi orizzonti: “Eri un aquilotto, figlio, e volavi in alto, sempre più in alto, eludendo la traiettoria delle pietre e delle frecce che ti sferravano in abbondanza anche gli amici, mentre lasciavi per sempre il tuo nido per andare verso nuovi lidi, dove avresti conquistato il nuovo mondo fatto di commerci, viaggi e grandi opere.” (Voce di donna fuori campo)
Nel 1418 Francesco Sforza scese a Rossano Calabro per sposare la baronessa Polissena Ruffo di Calabria. Fu allora che i miei familiari conobbero il grande condottiero ed entrarono nelle sue grazie.
I miei zii dicono che non ero eccelso negli studi. Sì, non ero un secchione, è vero, perché è questo che si intende con l’aggettivo eccelso. E sapete perché? Perché apprendevo facilmente e non avevo bisogno di ripetere, ripetere, ripetere come fanno i secchioni. Mi bastava sentire le spiegazioni e il mio lavoro era quasi fatto.
Ero poco più che ventenne e stavo per laurearmi in diritto civile e canonico, quando zio Angelo mi portò a Milano con sé per introdurmi alla corte degli Sforza, dove ebbi la possibilità di fare apprendistato e prepararmi per una grande carriera come segretario di governo. L’intuito non mi difettava di certo, né il senso pratico e la voglia di farmi largo, anche a colpi di gomito. Inoltre, avevo il dono dell’opportunismo e della duttilità mentale.  Doti che non tardarono ad essere notate dal mio signore.
“Inizierai dal basso, figlio mio amato, ma con l’intelligenza che ti distingue conquisterai il cuore e la mente del tuo signore. Sii a lui fedele, sempre”, mi disse alla fine del racconto del sogno mia madre. (Voce di donna fuori campo)    
Le mie conoscenze del latino e del greco erano buone, quelle del diritto e delle materie amministrative eccelse. Avevo capito, però, che se volevo arrivare in alto dovevo conoscere altre lingue europee. E allora mi misi a studiare francese, tedesco, spagnolo e persino l’ebraico, indispensabile per interagire con i grandi mercanti ebrei di allora che dominavano l’economia europea.
Con quel bagaglio, iniziai a volare in alto, come quell’aquilotto che era apparso in sogno a mia madre.
Nel 1445 ero già segretario maggiore, così il mio peso a corte crebbe sempre di più, suscitando anche tante invidie. Gli anni che vanno dal 1445 al 1450 non furono per niente tranquilli per il mio signore.
Alfonso V, il nuovo re di Napoli, il pontefice e il duca visconteo si allearono per sconfiggere Francesco, che si vide costretto a cedere molte roccaforti nell’Italia centrale e meridionale, ma non perse la guerra, e in breve tempo si rimise in sella.
“Perderete tanto, figlio, ma guadagnerete di più, perché perdere a volte è guadagnare” mi aveva detto mia madre prima di lasciarmi andare al seguito dello zio Angelo, che mi attendeva in carrozza pensieroso. (Voce di donna fuori campo)
“Perderete, madre…!” esclamai. Non rispose. Si girò e si asciugò le lacrime. È il ricordo più nitido che conservo di lei. Le sue lacrime furono come stizze di luce in una caverna per me.
Nel 1450 fui mandato a presiedere la piazzaforte di Lodi, e ancora una volta mi distinsi portando a termine nel migliore dei modi l’incarico. Nello stesso anno, Francesco entrò a Milano acclamato come condottiero.
Da questo momento la mia carriera subì un’altra accelerazione fino a che diventai l’alter ego del condottiero. Su suo incarico, ma con la mia intelligenza, organizzai la pubblica amministrazione, favorii la costruzione di palazzi, chiese, canali, migliorai l’agricoltura e presi in pugno la politica degli Sforza, ma… Nuvole si stavano addensando all’orizzonte.

(Cambiando registro linguistico)   
Tutto iniziò a cambiare quando di me dissero che ero un accentratore, un doppiogiochista, un ipocrita. Divenni per molti una persona subdola, cinica, falsa e persino malvagia. Io me ne infischiavo, perché ritenevo che c’era tanta esagerazione nei loro giudizi e perché potevo contare sulla protezione del mio signore.
“Figliolo, sai qual è il peggior nemico di noi tutti”, mi disse una volta mia madre, rispondendo a una mia domanda giovanile, “l’invidia! Attento, perché per invidia il fratello uccide il fratello, il padre divora il figlio e l’amico ti consegna al boia. L’uomo fa fatica a riconoscere i propri privilegi, ma è accecato da quelli degli altri, e per questo si lascia spesso guidare dall’invidia.” (Voce di donna fuori campo)
Fino agli inizi del 1479 il mio potere aumentò sempre di più. Accumulai ricchezza, comperai immobili e proprietà, cercai di imparentare il mio casato con quello degli Sforza e delle altre famiglie che contavano, favorendo matrimoni di convenienza e tessendo una fitta rete di interessi. Io stesso sposai Elisabetta Visconti.
Era la sera di Santo Stefano del 1476. Milano era ammantata da uno spolverio di neve e il freddo era pungente. Nelle strade erano stati accesi dei fuochi. Il mio signore, Galeazzo Maria, stava entrando nella basilica di Santo Stefano Maggiore, quando tre sicari al soldo del re di Francia lo pugnalarono mortalmente. Da allora la lotta per prenderne il ducato si fece più aspra.
Quello stesso anno, insieme a Gian Galeazzo, suo figlio di circa nove anni, estromettemmo la di lui consorte, Bianca Maria Visconti, dalla legittima successione al marito.
Sì, l’ammetto, i costanti pericoli di quegli anni mi fecero diventare quasi dispotico. Dubitavo di tutti. Temevo che anche i muri mi spiassero. La situazione precipitò rapidamente alla fine del 1478. L’anno seguente fui arrestato e rinchiuso nel carcere di Pavia. Il mio destino era segnato.
Seconda parte
(Il passaggio alla seconda parte è scandito da un’esibizione di R. Nobile. Lo stato di prigioniero sarà testimoniato da una specie di saio)
Pavia, 30 ottobre 1480, ore 8 del mattino.
Sento ancora il freddo nelle mie ossa. Ottobre volgeva al termine e una nebbia fitta oscurava ogni cosa. Pavia era illividita e umida. I cani latravano e i buoi mugghiavano. Due giorni prima avevo fatto testamento perché presagivo la mia fine.
La notte del 29 fu agitata. Un dormiveglia continuo, e sogni, e incubi, e volti…  Verso l’una di notte feci un sogno che mi fece sudare freddo. Nel sogno, vidi mia madre che si aggirava tra la folla. In mano teneva un nodo scorsoio. Diceva che cercava uno sconosciuto cui doveva rivelare la seconda parte di un sogno. La chiamai dicendo che ero io la persona cui doveva narrare la seconda parte del sogno, ma lei non mi sentì e si dileguò.
La mattina presto venne nella mia cella un prete per i sacramenti.
“Sono qui per offrirvi il conforto della fede, messere Simonetta. Rimettete i vostri peccati all’Altissimo affinché possa accogliervi fra le sue braccia misericordiose” mi disse. (Voce maschile fuori campo)
Lo guardai di tralice. Veniva ad “offrirmi il conforto della fede” mentre, fra qualche ora, mi avrebbero staccato la testa dal corpo. Avrei voluto mandarlo via a malo modo, urlare tutta la mia rabbia. Mi feci il segno della croce e rimasi in silenzio. Verso le otto del mattino iniziai a sentire i passi felpati della morte, poi la porta si aprì ed io fui prelevato. Giunsi al patibolo fra due ali di folla che acclamavano il boia, fra esse c’erano molte persone che in più di un’occasione mi avevano applaudito e riverito.
In quel momento mi rimproverai per il bene che avevo fatto loro, giacché non ero disposto ad accettare l’ingratitudine di cui ero fatto oggetto in quel momento.
La sola cosa che mi dava conforto mentre procedevo a passi lenti verso il patibolo era andare indietro con la memoria. Allora pensai a mia madre, ai miei compagni di gioco, ai vicoli pietrosi del mio paese, ai pomeriggi estivi trascorsi all’ombra della torre del castello Barracco della mia amata Caccuri, oppure a esplorare le numerose grotte del territorio.
Contrariamente alla monotona pianura lombarda, le estati sull’altipiano della Pre Sila erano fresche e ottobre odorava di melagrana, olive, castagne e corbezzoli. Ho ancora nelle mie orecchie il canto che allietava le giornate e stemperava la durezza del lavoro delle raccoglitrici di olive che, con la testa fino ai piedi, raccoglievano le olive una ad una. Mi rimproverai il fatto di esserci ritornato poco, perché sempre preso da troppi impegni. Mi chiesi se avessi potuto fare qualcosa per contribuire a fare grande anche quell’ombelico di mondo così remoto, adagiato all’ombra della torre. Mi sentivo come quel figlio che smarrisce la via di casa.
“Dio, Dio…! Ne era valsa la pena lasciare la quieta del paese e degli studi per la frenesia del successo? Mi chiesi. “E che cos’è il successo, se alla fine ti ritrovi con un pugno di mosche in mano e tutti ti girano le spalle?” Mentre pensavo a queste cose il boia lasciò cadere la mannaia che mi staccò la testa dal corpo. Era finita tristemente la mia avventura di primo migrante calabrese in terra di Lombardia,
Regia e scenografia: Esecuzione di tre ballate di R. Nobile (una prima della pièce, una durante il passaggio alla seconda parte. L’ultima alla fine della) L’attore che personifica Simonetta potrebbe avere solo il cappello nella prima parte. Nella seconda potrebbe indossare un saio.)
                                                                     Cicco Simonetta

                                                    Prof. Cataldo Russo - Crucoli (KR)